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 ANNE RICE E IL PROBLEMA CON I VAMPIRI

 

Il problema con i vampiri, quando il vampiro non è relegato al ruolo di cattivo ma diventa protagonista, è probabilmente analogo a quello che certe donne hanno con gli uomini: conciliare all’interno della stessa figura le prerogative del maschio alfa (bello, sicuro di sé, sessualmente appagante, e proprio per tutte queste cose emozionante e pericoloso) e il cuore del maschio beta (sensibile, rispettoso e affettuoso, e quindi affidabile e noioso). In altre parole, coniugare il fascino della malvagità con quello della bontà. Praticamente una contraddizione in termini, del tipo Desidero tanto essere morsa sul collo ma vorrei che gentilmente ti trattenessi dal succhiarmi il sangue, se non ti dispiace. Figuriamoci, è ovvio che al vampiro dispiaccia. Cazzeggiare non è nella sua natura.

La questione principale è come far affezionare il fruitore del libro, del film o di qualsiasi altra forma in cui si presenti la storia, a un personaggio che per sopravvivere debba per forza annientare la vita di persone innocenti, uno dei pochi peccati che proprio non può essere perdonato a chi ambisca al podio dell’immaginario collettivo. Non c’è via d’uscita: puoi appioppargli una coscienza e farlo divorare dal rimorso quanto ti pare, ma comunque dovrà mangiare se vuoi tenerlo in piedi e concludere decentemente la storia. Puoi anche indurlo a cibarsi di scoiattoli e coniglietti, ma così rischi di farlo apparire persino più stronzo.

Non credo che Bram Stoker si fosse posto il problema della fisiologica necessità della letteratura di genere di rinnovarsi (come qualsiasi altra cosa in natura). In fondo, lui lo aveva appena fatto gettando le basi di una fantasia destinata a durare a lungo, più di lui sicuramente. Le crudeli abitudini alimentari e la spiccata immoralità del suo personaggio non gli creavano alcun problema, anzi. Dracula era nato per essere combattuto e annientato. Non doveva piacere, tutt’altro: doveva essere odiato. E quindi che succhiasse e uccidesse pure quanto voleva, tanto prima o poi qualcuno gliel’avrebbe fatta pagare, con grande godimento del lettore.

Io credo, tuttavia, che la chiave non fosse così semplice e che il vampiro non nasca per essere soltanto un semplice e abbietto predatore o un affascinante e crudele seduttore, ma piuttosto come simbolo della degenerazione squisitamente umana nel momento in cui essa venga privata di quel passaggio di perentoria umiltà che è la morte. Il vampiro è la personificazione di un delirio di onnipotenza che all’improvviso, per circostanze straordinarie, si ritrova con tutto il tempo necessario per riflettere sulla tossicità dell’essere onnipotenti. E sull’inutilità dell’essere immortali, naturalmente.

Chissà cosa avrebbe pensato Bram se qualcuno gli avesse detto che più di sessant’anni dopo una gentile (si fa per dire, perché io non me la sono mai immaginata tale) signora americana di nome Anne Rice avrebbe creato un fascinoso vampiro pieno di complessi e sensi di colpa. Forse che le donne, in un modo o nell’altro, debbano sempre e comunque sfinire gli uomini parlando di sentimenti. O magari le avrebbe invidiato la piccola assassina di nome Claudia, uno dei personaggi, lasciatemelo dire, più potenti che si siano mai visti.

Oppure, chissà, sarebbe rimasto a bocca aperta di fronte alla sfrontatezza di una scrittrice con le palle, capace di inventarsi una concezione dell’amore tutta sua. Un amore asessuato, eterno, e privo di qualsiasi gratificazione morale. Alla faccia di tutto il pruriginoso e noioso sentimentalismo odierno.

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